Dal primo luglio 2024, Google e Meta non potranno più ignorare gli editori australiani. La nuova legge in vigore impone alle grandi piattaforme di negoziare direttamente con chi produce contenuti, senza trucchi o automatismi. Chi non si adegua si troverà a dover pagare una tassa difficile da evitare. Da quel momento, motori di ricerca e social network dovranno riconoscere un compenso equo per le notizie, mettendo fine a un lungo braccio di ferro sul valore delle informazioni online.
Il governo australiano ha deciso di mettere un freno a un sistema che da troppo tempo favoriva i giganti del digitale a discapito degli editori locali. Dal primo luglio 2024 Google e Meta saranno obbligate a firmare accordi economici con le testate del paese. Se non lo faranno, scatterà una tassa pari al 2,25% delle entrate generate in Australia. L’obiettivo è chiaro: bilanciare un mercato sbilanciato, dove spesso il lavoro giornalistico viene sfruttato senza un adeguato ritorno economico.
In sostanza, chi usa notizie per attirare utenti deve anche pagare per questo. Gli accordi dovranno definire con chiarezza compensi, modalità di utilizzo e tutele per gli editori. A vigilare sulle trattative ci sarà un ente regolatore, con il compito di evitare abusi e garantire condizioni eque per tutte le parti.
Questa legge segna una svolta nelle relazioni commerciali tra piattaforme digitali e editori australiani. I giornali guadagnano più forza negoziale, potendo chiedere pagamenti certi per l’uso dei loro contenuti. Dall’altra parte, Google e Meta dovranno fare i conti con nuovi costi, che potrebbero influenzare le loro strategie di distribuzione delle notizie.
Per gli editori locali è una boccata d’ossigeno, in un momento in cui il giornalismo fatica a trovare risorse, soprattutto a causa della diminuzione degli introiti pubblicitari. Alcune testate hanno già iniziato a trattare con le piattaforme e hanno ottenuto accordi che prevedono pagamenti regolari per l’uso dei loro articoli.
Oltre a Google e Meta, anche TikTok è coinvolta in questo gioco. Se non si trova un’intesa, dovranno pagare la tassa del 2,25% sulle entrate australiane, una cifra che può arrivare a costare milioni di dollari ogni anno. Questo spinge le piattaforme a chiudere accordi in fretta e a collaborare con gli editori.
Ma non è detto che la strada sia tutta in discesa. Le piattaforme potrebbero decidere di limitare la diffusione delle notizie in Australia per ridurre i costi, cambiando così la selezione dei contenuti e influenzando la visibilità delle testate e l’accesso alle informazioni per gli utenti.
La situazione è ancora in divenire. La legge australiana sta già facendo scuola e potrebbe diventare un modello per altri paesi che vogliono mettere ordine nel rapporto tra internet e informazione. Un controllo più stretto e regole che obbligano al pagamento segnano un cambio di passo netto nel mondo digitale.
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