Il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato sul ciglio di una strada al Cairo, segnato da torture inimmaginabili. Sua madre, Paola Deffendi, guardando quel volto martoriato, ha detto: “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo.” Dieci anni dopo, quella ferita non si è rimarginata. Un nuovo documentario riporta alla luce non solo i fatti, ma il dolore profondo di una famiglia che non ha mai smesso di cercare giustizia. Tra le strade del Friuli Venezia Giulia e le vie caotiche dell’Egitto, la vicenda di Regeni continua a scuotere le relazioni tra Roma e Il Cairo. Una storia che pesa ancora, come un’ombra che non vuole sparire.
Giulio Regeni, dal Friuli al Cairo: la storia di un giovane ricercatore
Giulio Regeni aveva 27 anni, nato e cresciuto a Fiumicello Villa Vicentina, un piccolo paese in provincia di Udine. In famiglia aveva imparato fin da subito il valore del viaggio e della conoscenza. Dopo aver studiato negli Stati Uniti, al Collegio del Mondo Unito, aveva proseguito gli studi nel Regno Unito, frequentando l’Università di Leeds e poi la prestigiosa Cambridge. Nel 2015 si era trasferito al Cairo per un dottorato sui sindacati egiziani, un tema delicato e complesso, affidatogli dall’Università di Cambridge. Il 25 gennaio 2016, nel giorno dell’anniversario della Rivoluzione di Piazza Tahrir, Giulio sparì nel nulla. Dopo giorni di ricerche, il suo corpo fu trovato il 3 febbraio, segnato da torture brutali, una testimonianza di dolore e violenza. Quella scoperta aprì una profonda crisi tra Italia ed Egitto, spingendo a un’indagine internazionale su quanto accaduto.
Un documentario che racconta una battaglia di famiglia e di giustizia
Il documentario firmato da Simone Manetti offre uno sguardo intenso, più vicino a un racconto umano che a un’inchiesta. Non è un film di cronaca nera né un semplice documentario investigativo, ma un omaggio a Giulio, fatto di voci autentiche e coinvolgenti. Gli autori Emanuele Cava e Matteo Billi hanno messo insieme un lavoro preciso e appassionato, sostenuto da Ganesh Produzioni e Fandango. Per la prima volta, i genitori di Giulio, Paola e Claudio Deffendi, si raccontano davanti alle telecamere, insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, che ha seguito la famiglia in una lunga battaglia legale. Attraverso le loro parole emerge un percorso che intreccia dolore personale e questioni di giustizia e politica internazionale. Simone Manetti spiega così il suo progetto: un viaggio intimo che evita di spettacolarizzare il dolore, ma lo rende tangibile, portando alla luce una verità ancora tutta da scoprire.
Tra tribunali e polemiche: una storia che non si ferma
Nel 2023 c’è stato un passo avanti importante sul fronte giudiziario, con l’apertura di un processo contro quattro agenti della National Security egiziana. In Italia il procedimento è partito nella primavera del 2024 e si attende la sentenza entro fine anno. La ricerca della verità passa anche attraverso la memoria e la cultura: per questo il documentario ha ottenuto il Nastro d’Argento della Legalità 2026, un riconoscimento che sottolinea il valore civile e morale di questo racconto. A Fiumicello Villa Vicentina, paese natale di Giulio, è stata allestita la mostra “10 anni in giallo: un’onda d’urto”, con oggetti, disegni e materiali che ricordano la sua vita e la sua tragica fine. Ma la produzione del documentario non è stata priva di ostacoli. Poco prima dell’uscita su Sky, è scoppiata una polemica sul finanziamento pubblico del Ministero della Cultura, poi revocato, scatenando un acceso dibattito sull’autonomia artistica e la libertà di espressione nel mondo culturale. La storia di Giulio Regeni resta così una ferita aperta, ma anche un monito che continua a interrogare e a chiedere risposte.
