In Australia, i social network dovrebbero essere off-limits per i minori senza un controllo severo sull’età. Eppure, la realtà è ben diversa. Uno studio appena pubblicato lo conferma: i ragazzi continuano a infilarsi dietro la barriera, come se non ci fosse. La legge punta a proteggerli da contenuti inappropriati, ma i meccanismi messi in campo sono pieni di buchi, facili da saltare. Di fatto, l’obiettivo resta lontano.
Il nodo centrale è proprio il controllo dell’età. Spesso, per iscriversi a piattaforme come TikTok, Instagram e Facebook, basta dichiarare di avere più di 13 anni, senza alcuna verifica approfondita. In Australia, la legge ha imposto alle piattaforme di adottare strumenti per controllare l’età, ma metterli in pratica è tutt’altro che semplice, soprattutto senza violare la privacy degli utenti.
Lo studio ha esaminato i metodi usati finora: carta d’identità digitale, riconoscimento facciale, intelligenza artificiale. In molti casi, però, i minorenni riescono a ingannare questi sistemi con documenti falsi o prestando l’identità di un adulto. Molte piattaforme non fanno controlli incrociati o verifiche successive alla registrazione.
La maggior parte dei giovani si limita a dichiarare un’età falsa e passa senza problemi. Non serve nemmeno inserire una password o dimostrare la propria identità reale. La conferma avviene in automatico, basandosi solo su autocertificazioni. Così, il divieto perde di senso e la legge fatica a proteggere chi dovrebbe.
Il problema non è solo tecnico, ma ha ripercussioni sociali pesanti. L’accesso libero espone i ragazzi a contenuti pericolosi, bullismo, bufale e truffe online. La fragilità degli adolescenti rende urgente trovare soluzioni più efficaci per la loro tutela.
Per questo, il governo australiano sta pensando a misure più severe. Tra le ipotesi ci sono sistemi di identificazione digitale più sicuri, basati su documenti ufficiali collegati agli archivi nazionali. Si valuta anche di coinvolgere gli operatori internet per bloccare l’accesso senza verifica adeguata.
Ma non mancano le critiche. Associazioni per la privacy e i diritti digitali temono un eccesso di controllo e sorveglianza, mettendo in guardia sull’impatto sulla libertà personale. La sfida è trovare un equilibrio tra proteggere i minori e rispettare la loro riservatezza.
Il caso australiano rientra in un confronto globale. L’Unione Europea, con il Digital Services Act, ha introdotto regole più severe per proteggere i giovani, chiedendo controlli più efficaci. Anche il Regno Unito ha adottato un codice di condotta simile.
Ma non esiste ancora un modello unico valido ovunque. Differenze culturali e normative complicano la situazione. Alcuni paesi puntano più sull’educazione e l’informazione, invece di imporre divieti rigidi.
Le piattaforme stanno cercando di correre ai ripari con controlli parentali più sofisticati e sistemi interni per individuare comportamenti a rischio. Sono alternative più flessibili rispetto ai divieti totali, che coinvolgono famiglie e tutori nel guidare un uso più consapevole.
Il futuro probabilmente vedrà una combinazione di regole, tecnologia e formazione per difendere meglio i minori online. Ma per ora, come dimostra lo studio australiano, i divieti così come sono oggi sono fragili e hanno bisogno di una profonda revisione.
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