Quando nel 1986 Il nome della rosa di Umberto Eco arrivò al cinema, non si trattava solo di adattare un romanzo. Dietro quell’opera c’era un giallo intricato, ambientato in un’abbazia benedettina del XIV secolo, fatta di mura spesse, corridoi oscuri e una biblioteca colma di misteri. Jean-Jacques Annaud, il regista, affrontò una sfida enorme: trasformare un testo complesso in un film che potesse catturare spettatori di ogni parte del mondo, senza perdere la profondità e le domande che ancora oggi risuonano.
Tagliare il labirinto di Eco: scelte difficili e rischi sul set
Quando Annaud decise di trasformare il romanzo di Eco in film, sapeva che avrebbe dovuto ridurre molto. Il nome della rosa non è un thriller qualunque: è un intreccio ricco di citazioni, riflessioni sul sapere, dispute religiose, parti in latino e una struttura narrativa complessa. Non tutto poteva stare in due ore di pellicola. Così, la sceneggiatura, firmata da Andrew Birkin, Gérard Brach, Howard Franklin e Alain Godard, si concentrò sull’aspetto più immediato e avvincente: l’indagine del frate francescano Guglielmo da Baskerville e del giovane novizio Adso da Melk, alle prese con misteriosi omicidi nell’abbazia.
La magia del libro, con la biblioteca come un labirinto reale e simbolico, fu tradotta in immagini potenti. Meno note a piè di pagina, più atmosfera e tensione. Il film fece vivere quei muri silenziosi, il fango sotto gli stivali, la neve che attutisce ogni rumore, i corridoi freddi e bui. Le riprese, divise tra Cinecittà—dove fu ricostruita l’abbazia in modo minuzioso—e esterni scelti in Europa, regalarono un Medioevo crudo e spoglio, lontano da ogni idealizzazione. Un mondo dove fede e paura convivono, e la conoscenza diventa potere, spesso pericoloso.
Connery e Slater: il duo che ha dato vita al mistero
La scelta di Sean Connery per il ruolo di Guglielmo fu decisiva. Dopo un periodo complicato, Connery tornò in grande stile con un personaggio che ragiona con freddezza e un’ironia sottile, tipica di chi osserva prima di parlare. Il suo Guglielmo è fatto di pause ponderate, sguardi attenti e mezze parole cariche di significato. Accanto a lui, Christian Slater è Adso, il giovane novizio che fa da narratore e occhi dello spettatore. Il rapporto tra maestro e allievo costruisce gran parte della tensione narrativa: Guglielmo legge i segni nascosti, i gesti sospetti, le parole di un manoscritto; Adso osserva, impara, teme e a volte sbaglia.
Questa coppia ricorda più Holmes e Watson che il classico duo di un film storico. Grazie a loro, il giallo prende forma e diventa accessibile anche a chi non aveva letto il libro. Nel cast spiccano anche F. Murray Abraham, nel ruolo dell’inquisitore Bernardo Gui, e Ron Perlman nei panni inquietanti del deforme Salvatore. L’abbazia si fa così un mondo chiuso, tangibile, popolato da monaci copisti, bibliotecari e figure minori, in un’atmosfera densa di sospetti. La domanda che risuona per tutto il film è chiara e centrale: chi controlla il sapere, controlla anche la verità.
Un thriller medievale che parla di censura, potere e paura
Il successo di Il nome della rosa nasce da un equilibrio insolito. È un thriller pieno di morti, indizi e suspense, ma anche una riflessione profonda su censura, fanatismo e paura del diverso. Gli omicidi nell’abbazia muovono la trama, ma sotto c’è una battaglia più grande: quella tra conoscenza e autorità.
La biblioteca, nel film come nel libro, è un labirinto a più livelli, un luogo che non accoglie chiunque. È un’enclave di potere: alcuni testi vanno protetti, altri nascosti o distrutti. Nel Medioevo oscuro e inquietante dell’abbazia, leggere non è mai innocuo: può mettere in pericolo, salvare vite o addirittura uccidere.
Anche se affronta temi teologici complessi, il film evita le lezioni religiose. Le dispute tra francescani, benedettini e inquisitori restano sullo sfondo, ma servono a definire il conflitto: chi cerca la verità con rigore contro chi vede nell’eresia una minaccia da eliminare. La frase di Guglielmo, “Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito,” riassume il tono severo e riflessivo del film.
Quarant’anni dopo: il mito di un film che ha segnato il cinema europeo
Sono passati più di quarant’anni dall’uscita negli Stati Uniti nel 1986, e Il nome della rosa resta un esempio di come adattare un romanzo complesso senza snaturarlo. Un’impresa non facile, soprattutto per chi conosceva il libro e notò i tagli necessari per il cinema.
Particolare cura fu dedicata alla scelta degli attori, prediligendo volti capaci di incarnare un Medioevo irregolare, lontano dai soliti cliché. Tra le curiosità, il rifiuto di Franco Franchi, che avrebbe dovuto interpretare un personaggio grottesco dell’abbazia, racconta molto della visione del regista.
Con il tempo, il film si è intrecciato con le storie personali degli attori, mantenendo viva la sua presenza nel culto popolare. La sua eredità più grande è aver fissato nell’immaginario un Medioevo teso, cupo e soprattutto inquieto dal punto di vista intellettuale, segnato da paure legate al sapere più che da guerre.
Ripensando a Connery che si muove tra chiostri e manoscritti, si sente ancora la forza di un film che non spiega tutto, lasciando zone d’ombra. Ed è proprio lì che si nasconde e resiste gran parte del suo fascino.
